La prima presidenza di Javier Milei: le fondamenta della prosperità argentina
La prima presidenza di Javier Milei potrà essere ricordata per molte cose: per aver riportato il Paese su un percorso di crescita dopo dodici anni di stagnazione, per aver ridotto la povertà e l’inflazione o per aver spezzato la spirale del deficit fiscale. Potrà essere ricordata per averci salvato dal diventare il Venezuela, oppure per aver inaugurato un periodo di eccezionale rispetto della Repubblica, nel quale i poteri dello Stato non sono mai stati così indipendenti. Ma voglio sostenere, in queste righe, che probabilmente non sarà ricordata tanto per ciò che è accaduto durante il suo mandato — un lavoro da pompiere, imposto soprattutto dall’eredità ricevuta — quanto per aver gettato le basi per il ritorno dell’Argentina alla prosperità.
Il triangolo formato da equilibrio fiscale, libertà economica e rispetto dei diritti di proprietà costituisce il fondamento concettuale della nuova Argentina. Ma tra i concetti e la realtà c’è una bella differenza. Promettere il pareggio di bilancio è facile; realizzarlo è un compito durissimo: significa mettere il ministro dell’Economia nella scomoda posizione di dover dire quotidianamente di no e costringere i deregolamentatori a scavare nelle viscere della normativa per condurre una guerra di logoramento contro gli interessi costituiti.
Eppure, ciò che questo governo possiede in abbondanza è la capacità di trasformare le idee in realtà. Al di là dell’equilibrio fiscale e del programma di deregolamentazione, di cui si discute molto sulla stampa, il Presidente ha promosso una serie di riforme strutturali che rappresentano la chiave per trasformare l’Argentina in un Paese sviluppato. A volte rimangono nascoste dal rumore di fondo e passano inosservate, ma sono proprio queste le cose davvero importanti.
«Non fidarti dei tuoi occhi: possono ingannarti», dice Obi-Wan Kenobi a Luke Skywalker. Guardiamo allora quelle cose che abbiamo davanti, ma che ancora non siamo riusciti a vedere.
Per il 2035, le esportazioni energetiche sono stimate in 47 miliardi di dollari. L’Argentina si avvia così a diventare un protagonista di livello mondiale nel settore dell’energia. E pensare che, sotto il kirchnerismo, eravamo costretti a importarla!
Cominciamo dalla Ley de Bases, perché conteneva una riforma fondamentale che spiega il successivo boom energetico: la liberalizzazione delle esportazioni, che ha portato all’eliminazione del cosiddetto «barril criollo», il prezzo politico del petrolio argentino.
Il kirchnerismo aveva trasformato i prezzi di esportazione dell’energia in una decisione politica. Il risultato è stato che, per anni, nonostante le risorse disponibili fossero note, nessuno investiva un peso. Una cosa è il rischio dei mercati; molto peggiore è il rischio rappresentato da un politico. Rimosso quel vincolo, riaffermati i diritti di proprietà e migliorato il quadro fiscale, la produzione petrolifera raggiungerà quest’anno quasi un milione di barili al giorno, un record storico e un livello superiore del 90% rispetto al 2020.
Per il 2035, le esportazioni energetiche sono stimate in 47 miliardi di dollari. L’Argentina si avvia così a diventare un protagonista di livello mondiale nel settore dell’energia. E pensare che, sotto il kirchnerismo, eravamo costretti a importarla!
La Legge sui ghiacciai, che avevamo cercato di modificare con la Legge Bases ma che ha dovuto attendere due anni, ha fatto altrettanto per il potenziale minerario argentino. È difficile capire come qualcuno abbia potuto pensare che fosse un bene per l’Argentina vietare uno sfruttamento delle risorse che potrebbe raddoppiare le esportazioni, generando occupazione e ricchezza in tutto il Paese.
Il Cile esporta 60 miliardi di dollari di risorse minerarie: un riferimento evidente per valutare il potenziale argentino. Quando Milei è arrivato alla presidenza, l’Argentina esportava appena 4 miliardi di dollari di prodotti minerari; per il 2026 stimiamo che la cifra raggiunga già i 10 miliardi. Come sarebbe il nostro Paese se negli ultimi trent’anni non ci fossimo privati della possibilità di esportare ogni anno 60 miliardi di dollari? Per fortuna, quella stagione è finita. Con esportazioni previste per 42 miliardi di dollari nel 2035, anche in questo settore l’Argentina si profila come un gigante.
L’Industria mineraria è in netta crescita, così come le esportazioni
Per quanto riguarda l’agricoltura, abbiamo ridefinito il quadro della proprietà intellettuale applicata alle sementi, affinché possano arrivare nel nostro Paese le innovazioni genetiche già utilizzate nel resto del mondo. Oggi, in Brasile, il cotone produce tre volte tanto rispetto al Chaco argentino. Nel caso delle fragole, una varietà californiana consente di moltiplicare la produzione per cinque. La produttività della nostra soia procede da decenni al 60% della velocità registrata nel resto del mondo. Soltanto per soia e grano, questo ritardo tecnologico ci costava circa 4 miliardi di dollari all’anno.
Con un nuovo sistema di controllo, già introdotto, e il consenso che abbiamo costruito intorno a una nuova legge sulle sementi, stiamo aprendo la strada al recupero di questo divario di produttività. Sono stati inoltre ampliati in misura significativa i mercati internazionali per la carne argentina. Due esempi sono sufficienti: la quota di accesso al mercato statunitense della carne bovina è stata quintuplicata, mentre il mercato giapponese è stato aperto e ampliato per la carne avicola e bovina argentina.
Si parla spesso dei costi logistici nel nostro Paese. Al di là delle numerose deregolamentazioni nel settore dei trasporti — i camion bitren, da soli, hanno ridotto i costi di trasporto su gomma tra il 20% e il 30% — è appena stata completata la gara per la nostra rete stradale principale, pari a 9.000 chilometri. A questa si aggiungeranno prossimamente concessioni e ampliamenti per altri 6.000 chilometri di tratti ancora non concessi, che interessano le autostrade e le strade nazionali 3, 9, 11, 12, 14, 16, 22, 25, 26, 33, 34, 35, 38, 50, 60, 81, 86, 89, 120, 121, 122, 151, 158, 228 e 237.
Infine, si stanno valutando interventi per realizzare carreggiate separate nei tratti ad alto traffico, richiesti da decenni: per esempio sulle strade nazionali 3, 5 e 7, oltre che sull’autostrada 0017 nell’area metropolitana di Buenos Aires.
Anche la gara per la concessione della ferrovia Belgrano Cargas è stata avviata e potrebbe rappresentare una svolta per la logistica nazionale. Secondo stime prudenti, consentirebbe di ridurre del 40% i costi del trasporto ferroviario su distanze di 1.000 chilometri e del 60% quelli su distanze di 500 chilometri. L’adozione di un sistema di open access, cioè di accesso aperto alla rete, eviterà il fallimento delle concessioni degli anni Novanta, che concentravano l’attività su un unico prodotto e non riuscivano mai a estenderla all’intera economia della regione. Con il nuovo modello, qualsiasi impresa logistica potrà utilizzare i binari, dando vita a un ecosistema che si preannuncia estremamente dinamico.
Ma nulla di tutto questo potrebbe svilupparsi pienamente senza mercati in cui collocare i nostri prodotti. Durante questo mandato, l’Argentina ha compiuto progressi nell’apertura commerciale superiori a quelli registrati negli ultimi decenni.
È stato necessario attendere l’arrivo di Milei perché l’accordo con l’Unione europea, approvato grazie anche ai voti decisivi dell’Italia, entrasse in vigore dopo venticinque anni di rinvii e negoziati inconcludenti. Se i nostri produttori di miele, uova e riso hanno esaurito in un solo giorno le quote di esportazione a dazio zero previste dal Mercosur, è difficile immaginare fin dove potrà portarci questo accordo.
A esso si sono aggiunti i trattati con l’EFTA e Singapore. Anche l’accordo con gli Stati Uniti, frutto di un intelligente riposizionamento geopolitico del Presidente, procede verso la piena attuazione e ha consentito un accesso preferenziale al mercato nordamericano. The Economist lo ha definito l’accordo più favorevole mai firmato dagli Stati Uniti con un altro Paese.
L'Argentina si apre al mondo
I nuovi mercati
Grazie a Milei è arrivato l’accordo con l’Unione europea, approvato grazie anche ai voti decisivi dell’Italia. Se i nostri produttori di miele, uova e riso hanno esaurito in un solo giorno le quote di esportazione a dazio zero previste dal Mercosur, è difficile immaginare fin dove potrà portarci questo accordo.
A esso si sono aggiunti i trattati con l’EFTA e Singapore. Anche l’accordo con gli Stati Uniti, frutto di un intelligente riposizionamento geopolitico del Presidente, procede verso la piena attuazione.
Passando al funzionamento delle imprese, non possiamo trascurare l’approvazione della Legge di modernizzazione del lavoro, un tentativo di ridefinire il mercato occupazionale. La legge consente la contrattazione collettiva a livello aziendale — i cui primi esempi concreti dovrebbero arrivare presto — e introduce una maggiore rappresentatività negli accordi collettivi. Mira inoltre a ridurre il contenzioso del lavoro in un mercato che, dopo il Covid, si era già di fatto reso più flessibile attraverso il ricorso al regime del lavoro autonomo semplificato, il cosiddetto monotributo.
È stata inoltre attuata la più importante riforma del mercato dei capitali dalla promulgazione della Legge sul mercato dei capitali del 2012. È stato eliminato l’obbligo di ottenere autorizzazioni per emettere azioni, obbligazioni o quote di fondi comuni d’investimento, restituendo libertà a un mercato che in precedenza era stato soffocato dal peso della propria regolamentazione. Ogni giorno ascoltiamo le testimonianze di piccole e medie imprese per le quali questa nuova opportunità sta aprendo possibilità di finanziamento impensabili prima della riforma.
Un progetto che sta per essere presentato al Congresso approfondirà ulteriormente la libertà di finanziamento, istituendo un registro nazionale delle garanzie che renderà più agevole la gestione privata delle garanzie e rivoluzionerà il credito garantito da beni mobili.
Anche l’approvazione della nuova Carta organica della Banca centrale, che ne ripristina l’indipendenza, rafforza il quadro di stabilità macroeconomica raggiunto.
Restano da menzionare tre iniziative fondamentali, già all’esame del Congresso.
La prima è il Trattato di cooperazione in materia di brevetti (PCT), già approvato dalla Camera dei deputati, che potrebbe rappresentare il più grande passo avanti degli ultimi decenni per lo sviluppo delle industrie ad alta tecnologia e del nostro sistema scientifico e tecnologico.
La seconda è la legge sulle società, che introdurrebbe un quadro di ampia libertà per la gestione delle imprese e proporrebbe un primo modello realistico, a livello mondiale, per le aziende che utilizzano applicazioni di intelligenza artificiale, mantenendo la necessaria supervisione umana.
Entrambe le iniziative sarebbero fondamentali per trasformare il nostro Paese in un hub dell’innovazione e degli investimenti. Se vogliamo che Buenos Aires assomigli, almeno in parte, a Dubai o a San Francisco, queste due riforme sono essenziali.
Infine, il progetto che definisce i diritti di proprietà sui crediti di carbonio, già corredato da un parere favorevole in commissione al Senato, potrebbe generare per i produttori argentini entrate potenziali per miliardi di dollari.
Dobbiamo anche ricordare che il programma di privatizzazioni del governo procede lentamente, ma con passo sicuro. Entro la fine del primo mandato del Presidente, lo Stato avrà abbandonato la gestione di praticamente tutti i suoi asset energetici, fatta eccezione per YPF, avrà concesso la gestione della Hidrovía, delle strade, delle ferrovie e dell’azienda idrica dell’area metropolitana. Con un po’ di fortuna, riusciremo anche a liberarci di Intercargo.
E non ci sarà progresso più importante nella riduzione della corruzione che riuscire a dismettere queste imprese pubbliche. A tutto questo si aggiungono cambiamenti strategici in fase di elaborazione, la cui portata non abbiamo ancora pienamente compreso.
I governatori delle province settentrionali stanno promuovendo norme che consentano di sbloccare la navigazione fluviale, riducendo di quasi il 10% i costi per tutte le attività produttive della regione. Possiamo inoltre citare gli ampliamenti della rete di gasdotti nella regione centrale del Paese, recentemente annunciati dalla società TGN, che ridefiniranno la competitività industriale di Córdoba e Santa Fe. Questi interventi potrebbero ridurre il prezzo dell’energia fino a un terzo durante una parte significativa dell’anno.
Senza dimenticare che Bahía Blanca sta avanzando verso la trasformazione in un hub di livello mondiale per la petrolchimica e i fertilizzanti.
Tutto ciò conferma quanto il Presidente ha sempre sostenuto: le infrastrutture devono essere sviluppate dal settore privato, non dal vecchio e corrotto sistema delle opere pubbliche, nel quale persino un’operazione semplice come l’acquisto di tubi finiva per costare il doppio del suo prezzo reale.
Se la liberalizzazione della navigazione fluviale riduce i costi complessivi del 10%, se i bitren abbassano del 20% i costi del trasporto su strada, se l’integrazione dei gasdotti porta il prezzo del gas a un terzo, se l’importazione di macchinari usati consente di acquistarli a un sesto del prezzo, se le ferrovie riducono i costi di trasporto tra il 40% e il 60%, allora comincia a essere chiara la portata delle opportunità che ci attendono.
Non è un caso che l’Argentina stia vivendo un processo di crescita trainato dalle esportazioni come non se ne vedevano dalla fine del XIX secolo. È un risultato coerente con un governo che ha già accumulato 17.600 deregolamentazioni. Non sorprende neppure che, secondo stime private, il biennio 2024-2025 sia stato quello con il maggiore incremento della produttività dagli anni Ottanta.
La maggiore libertà e la stabilità stanno favorendo ogni giorno nuove iniziative sorprendenti: un ponte a Bernardo de Irigoyen per consentire alla produzione di soia di Santa Catarina, in Brasile, di raggiungere i mercati attraverso Misiones; l’esplosione delle destinazioni di esportazione della yerba mate; il progetto di navigazione del Río Negro; l’irrigazione in Patagonia; la maricoltura. E potremmo continuare.
L’Argentina prospera verso cui ci stiamo dirigendo sarà molto diversa da quella attuale. Quattro milioni di argentini lasceranno la periferia metropolitana di Buenos Aires per trasferirsi verso le opportunità di lavoro e la migliore qualità della vita offerte dalle province dell’interno. I capoluoghi provinciali si riempiranno di progresso, grattacieli e connettività.
Tra trent’anni, probabilmente si discuterà di ciò che ha funzionato meglio, di ciò che ha funzionato peggio e di ciò che si sarebbe potuto fare diversamente. Ci saranno stati successi ed errori. Ma, se questo processo si consoliderà, la presidenza di Javier Milei sarà ricordata non tanto per il modo in cui ha trasformato il presente, quanto per aver dato all’Argentina l’opportunità di costruirsi un futuro.